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La musica è morta, viva la musica!

Recensione di: Contro la musica
22.07.2019

LA MUSICA È MORTA, VIVA LA MUSICA!

di franco foschi

 

Solo se sei un inguaribile ottimista puoi permetterti di essere iconoclasta. Nel segno del libro di cui ci accingiamo a chiacchierare, se sei un critico musicale iconoclasta (“Tutto è morte e distruzione”, pagina 163) è perché sei un ottimista musicale, è perché ami in maniera viscerale la musica, perché ti piace come e più di te stesso, perché ti nutre, perché ti vivifica, perché per te spennella di colore e bellezza il grigiore del tutto. E forse una cosa che si ama non la si vuole vedere bella? E forse poiché invece la cosa che ami è una puttana, non hai forse diritto a incazzarti, a ribellarti, a resistere?

Monina, l’amante iconoclasta, scrive un libro scegliendo un titolo che è già un paradosso, Contro la musica, perché con un titolo così, senza un aggettivo specificativo (in questo caso, e ribadito più volte nel testo, l’aggettivo sarebbe demmerda) ci depista, fingendosi contro, quando invece il nucleo del discorso è caldo, caldissimo, come il nucleo dell’atomo. Bella mia, io ti amo, perché sei così stronza?

Ecco, Monina, ovviamente, non ha nulla contro la musica – ha tutto contro ciò che la musica è diventata, urla dagli spalti il proprio disappunto per i meccanismi aberranti del gioco corrotto che i manipolatori contemporanei hanno prodotto, svilendo, azzerando, minimizzando, intingendo nello squallore, cicatrizzando i cervelli (dopo le orecchie), appiattendo, spersonalizzando, in sintesi adoperandosi in quelle pratiche cancerogene (parole di uno stesso operatore del settore) che hanno reso la musica un cadavere, anzi uno zombie che sta in piedi non si sa bene come.

Tutto quel sottobosco di faccendieri e traffichini che infesta la musica è il bersaglio principale dello strale di Monina, improvvisatori troppo pagati, mestatori nel torbido, mafiosetti da due spiccioli, urlatori dello scandalo dove lo scandalo sono loro stessi. Il risultato è: sono scomparsi i musicisti. Ma non solo, sono scomparsi i professionisti, e uno dei principali responsabili è la tecnologia. Tutto è corso troppo in fretta, in questi anni. L’epitome delle frenetica storia della musica degli ultimi anni è la storia del CD (c’è ancora qualche giovincello conscio che significa Compact Disc?), nato come un boom immaginifico, suoni strepitosi, qualità magica dell’ascolto, indistruttibile. Col c. Provate a comperare una macchina nuova, oggi: anche il cesso più cesso ha un accettabile impianto stereo (come suona vintage anche questa formula…), ma del lettore CD manco l’ombra. E l’ecatombe, secondo Monina, non ha risparmiato neppure l’mp3, e neppure il download: ora tutto è streaming, magari sul cellulare o sul tuo tablet da due soldi. Che per definizione cancellano i bassi, e appiattiscono i toni alti. E allora, i cosiddetti produttori (i dj di una volta?) che fanno? Producono una musichetta già piatta, senza bassi, senza soprassalti, ripetitiva e innocua, anzi francamente noiosa – perché l’obiettivo è uno solo, essere tutti uguali.

E qui Monina non ci risparmia i “col cazzo!”, inserendosi di diritto nei moralisti e fustigatori di costumi, via, basta, fuga dal cliché, rigetto dell’ovvietà, dell’annullamento della personalità, vogliamo autori, artisti, musicisti! Ma dove c. sono finiti?

Monina è un resistente, e come tutti quelli che non accettano l’appiattimento e resistono è perché ha preparazione (la prima pagina del libro cita Guido D’Arezzo…), argomenti, esperienza. Così ci descrive alla perfezione (suscitando salutare nausea) la savana selvaggia dei promoter, la pochezza di molto manager, l’ottusità di tanti lavoratori del settore, imbecilli, ciechi, spessissimo stronzi. E ce la descrive dall’interno, quindi con competenza.Se l’inferno esiste, per questa gente sarà l’ascolto H24 della trap he hanno imposto in questi anni da un lato, per sei mesi, e per altri sei mesi tutte le finte hit di Sanremo dell’epoca Baglioni. Soffrite, cani.

Il fatto è che, per noi suoi lettori nonché compulsatori di musica contemporanea, il tono delle sue pagine è speciale per i registri apparentemente inconciliabili che invece sa conciliare: è scanzonato e preparatissimo, è ironico e cattivo ma affettivo (per chi ama), scrive senza freni e disinibito ma non manca di rispetto (manca di stima, piuttosto). E poi ci fa anche francamente ridere: se l’eroe (be’, eroe…) di una storia lo chiama Stocazzetto, lo spessore del personaggio è subito chiarito…

Resta però che oggi “la musica viene ascoltata male e, cosa ancor più triste, viene scritta per essere ascoltata male”. Che fa ascoltare allora Monina, eroe civile che di figli ne ha quattro, ai suoi figli per temperarne l’omologazione? Io stagionatello banalotto che di figli ne ho solo due, piccoli, come posso combattere contro il mio novenne che adora la trap (e la canta a memoria, parola per parola, contro la fatica tremenda che ha fatto a suo tempo per imparare le tabelline) e contro la mia tredicenne bene in sintonia con la Cabello, con Dua Lipa e fighesse analoghe? Possono bastare le dosi omeopatiche di Beatles che cerco di somministrare loro con una certa regolarità?

E a proposito: uno degli argomenti più interessanti (e più sentiti dall’autore, a mio parere) viene affrontato nei capitoli dedicati allo sfrenato, e intangibile, sessismo del barnum della musica contemporanea, Sanremo in primis, ma non solo: non c’è un solo dirigente donna nel mondo discografico, e ancor più scandaloso non c’è stata manco una solista donna al concertone del primo maggio. Monina descrive tutto ciò in pagine molto partecipate, e per una volta è meno stilettante e furioso rispetto ad altri argomenti, per una volta è più toccato dallo scandalo che dal sarcasmo. E noi anche!

Non credo che gli altri mondi del lavoro creativo (il cinema con i produttori, la letteratura con i meccanismi editoriali) siano esenti da analoghe pecche, ma qui si parla (bene, giustamente furiosi, bellamente ironici) di musica: che soluzione rimediare contro la musica pensata per i supporti, per la musica dal vivo gonfiata di soldout fasulli, contro i promoter pieni di soldi e vuoti di scrupoli, contro i 350 dischi (dischi?) lanciati sul mercato mondiale al giorno? Chissà. L’ennesima risposta che sta soffiando nel vento?

Monina sa che parla degli egregi (ex-grege, fuori dal gregge) quando pone un’ipotesi: fate la musica che vi piace, fregatevene dei talent, suonate in piccoli posti, in una parola, siate liberi. Se vi andrà bene e ci vivrete, bene, se no, pazienza: solo quello che succede veramente doveva veramente succedere, diceva Schopenhauer.

Io propongo altro a Monina, per un nuovo libro, una nuova didattica ridanciana e profonda, come il libro presente: che si rivolga con rinnovato interesse a ciò che dichiaratamente conosce in maniera marginale, il jazz per esempio, che è in un’epoca di rinnovamento consistente, e ai mondi emergenti, come l’Africa. Per esempio quel mondo lì è un po’ meno sessista – la bella signora italiana agente e promotrice di tutti i gruppi africani in Italia (ed Europa, in parte) è appunto una bella signora, e l’Africa attuale è straordinariamente viva perché non rinuncia a se stessa, pur introitando le mille musiche occidentali che la contaminano sì, ma l’arricchiscono (Ifriquiyya Electrique, Bantu Continua Uhuru Consciousness, Al Doum & The Farids, Khalab, senza dimenticare quello straordinario musicista dal vivo che è Bombino). Jazz che è vivissimo e in ricerca continua ovunque, dai brooklinani Sons of Kemet, ai francesi Orchestre Tout Pouissant Marcel Duchamp e perché no agli italianissimi Nu Guinea. In ogni caso, rimaniamo vecchi, inguaribili rockettari: forza Monina, dimentichiamo per un attimo questa povera Italia, facci sorridere e incazzare anche per la musica del mondo!

E speriamo che il risultato sia straordinariamente interessante come per questo Contro la musica!

Contro la musica

L’apocalisse discografica raccontata molto bene

di Michele Monina

editore: Laurana Editore

pagine: 208

Questo che state per leggere potrebbe sembrare il Libro nero della musica italiana. Ma non lo è. Potrebbe sembrare il Libretto rosso della musica italiana, manifesto di resistenza sonora. Ma non è neanche questo. Una voce influente, un grido contro la discografia di oggi, il lampo che illumina i risvolti più oscuri del mondo della musica di oggi. Dopo anni di indagini e la famosa inchiesta sul Festival di Sanremo 2019 di Claudio Baglioni, ecco un libro che osa raccontare ciò che nessuno ha mai osato chiedere. Perché certe canzoni passano solo in certe radio? Come mai a volte si va a concerti dichiarati sold out ma che in realtà sono dei flop? Perché Spotify muove miliardi di dollari ma rende poveri i cantanti? Queste e molte altresono gli interrogativi che esaminano la discografia, i live, la radiofonia e molto altro ancora.
15,00

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