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…su “il manifesto”

Eros e abnegazione nell’esordio di Veronica Tomassini

A nove anni, Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, poi I ragazzi della via Paal, infine Henry Miller e Anais Nin. Al liceo i suoi temi erano carichi di melodramma e di retorica. Nell’intervista al blog “Sul romanzo”, Veronica Tomassini descrive la genealogia del laboratorio di scrittura riconoscibile dietro le quinte del suo testo di esordio, Sangue di cane: “Congiunzioni, incontri speciali, che io chiamo affinità-traghetto. Ricominciò tutto di nuovo, la mia orbita affastellata di parole, io dentro, confusa, a raccattare e rimettere insieme periodi brevi, sempre più brevi, accecata dell’idea di una scrittura nobile solo se cattiva, scarnificata, laconica”. Infine, è l’amore per gli scrittori russi, l’aspirazione al medesimo sguardo lucido, a fornire tono e intensità a una scrittura diseguale e ossessiva, vacillante tra maledizioni terrene e invocazioni divine.

Sangue di cane è il racconto di un tentativo di trasmutazione dell’orrore attraverso un paradigma di eros e abnegazione. Ma non c’è nulla di pianificato: viene prima l’amore, nato dall’incontro tra un giovane e bellissimo polacco che chiede spiccioli a un semaforo di Siracusa e una ragazza italiana. L’amicizia – sostiene Maurice Blanchot – è una forma di ospitalità. E l’amore, così come lo descrive Veronica Tomassini, è una versione dell’ospitalità e dell’accoglienza che supera i confini dell’umano.

La sopravvivenza dell’orrore ne è una conseguenza, l’attraversamento delle tenebre, nelle vite di immigrati polacchi ai margini della città, vite segnate da miseria, alcol, violenza e tutto ciò che appartiene al repertorio del degrado urbano. Un inferno nel quale tuttavia è distinguibile il volto dell’altro che, come in Lévinas, “nella sua precarietà e nel suo senza-difesa, è al contempo la tentazione di uccidere e l’appello alla pace. Volto che accusa, sospetta, ma già reclama e domanda. Come se la morte mi riguardasse. In questo richiamo alla responsabilità dell’io ad opera del volto che lo domanda e reclama, l’altro è il prossimo”.

Sangue di cane attinge a repertori realistici non soltanto letterari: documentari d’inchiesta, tv-verità, giornalismo di frontiera, fotografie di una guerra parallela e invisibile. Propone esercizi di visione, meditazioni in cammino, lotte di resistenza. E il corpo disarmato, la nuda vita, è quello che resta in prima linea, ciò che non ha una dimora in cui rifugiarsi quanto lo spettacolo è finito. A cui solo la morte, spesso atroce, concede la pace.

Dai bordi di una narrazione traboccante, costantemente aggravata da materiali organici e repellenti, amore e dolore diventano oggetti inanimati che girano intorno a un asse, esposti alla definizione di scrittura che, nel bene e nel male, pare d’altri tempi: “Nel nostro amore ci fu qualcosa di sovrumano a regolare gli eventi, non disumano come dicono certune lingue velenose. Sovrumano. Sai perché? Perché ti conoscevo già, nel luogo dove tutto è preordinato, dove dimora la musica, un luogo dove ognuno di noi è stato anzitempo, dove le parole bisbigliate languono nello scrigno della perennità, dove le note aspettano silenziose la loro ouverture protratta”.

Nando Vitale

1 commento

  1. “Un tentativo di trasmutazione dell’orrore” | arte scrive:

    [...] Continua a leggere. [...]

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