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nov
29

… su “Tuttolibri – la Stampa”

La Repubblica è un pazzo spettacolo

Con il romanzo Nel grande show della democrazia appena pubblicato dalla nuova casa editrice Laurana, il quarantenne Marco Bosonetto non abbandona la sua cifra di sempre (minuscolo compreso), la sua fucina di personaggi grotteschi e di farseschi carnevali. E dunque di fatto nulla di nuovo quanto alla poetica, alla postmoderna fiera degli incroci, al melting pot di generi e finzioni. La sua misura è lo spiazzamento continuo, il suo un narrare del contrario e per contrari.

Un po’ come se si dicesse che la verità va cercata al di là di ogni nobile premessa e di ogni schieramento protettivo. Una “morale” scomoda, che è qui sottolineata dall’esergo di Vonnegut: se noi siamo quello che facciamo finta di essere, dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere. Avviso che il titolo non sembrerebbe smentire.
Ma a risultare ambigua – nel corso del romanzo – è la direzione del senso: la democrazia interpretata tout
court come show? Con il rischio che tutto si fermi al divertissement (scritto per altro assai bene, con vivacità
di figure e varietà di registri)? O una democrazia trasformata in show per colpevole deriva? Con tanto di avvertimento che scavalchi la denuncia implicita e un po’ autoreferenziale?

La trama aiuta e non aiuta, anche perché tutto è affidato all’ironia continua, come mostra – a non dir d’altro – il manifesto che a un certo punto incombe da una palazzina: “Non spegnere la democrazia, abbonati al campionato di telefoto, extra, backstage, interviste personalizzate al candidato. Primarie. La repubblica è il tuo spettacolo”.
In due giornate di fatti che s’intrecciano ad alta velocità, la narrazione danza piuttosto in un vorticoso circo di identità deviate: servizi inquinati, situazioni assurde, inseguimenti folli, personaggi strani, di cui impossibile dar conto dettagliato.

In un futuribile presente di tunnel autostradali lunghi 329 chilometri e di eliscooter che volano come api, Bosonetto convoca – insieme con Roma – le tre città (Torino, Cuneo, Piacenza) che più stanno nelle sue corde, tirando capitolo dopo capitolo i fili (e anche le fila) di una ben stridula invenzione. Un fratello e una sorella in viaggio. Un ministro unico in carica che dà l’ordine di sopprimere il suo predecessore di cui è il sosia perfetto. Un ricattabile suo irriducibile ex direttore. Un ex bodyguard gay che si divide tra l’ex ministro unico inseguito e un calciatore della Juventus e della Nazionale. Un satanista benefico (già presente nel romanzo precedente, Requiem per un’adolescenza prolungata), che sa a memoria Il maestro e Margherita, e la sua compagna ex fruttivendola. Con tanto di grande parodia finale che rimescola doppi e identità come nel gioco delle tre carte.
Maestro di un comico che non ride, con Nel grande show della democrazia Bosonetto ci consegna l’antropologica patata bollente del consenso umano e nell’umore malinconico delle sue creature fa saltare ogni ossequio di realtà. Lasciandoci però con un dubbio: se per raccontare la devianza della democrazia come grande spettacolo basti fare il verso al nuovo populismo – narrativamente ambiguo, come del resto già era accaduto nel romanzo Nonno Rosenstein nega tutto – del suo esito così esiziale.

Giovanni Tesio

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