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lug
13

…su “Avvenire”

ORA TANGENTOPOLI DIVENTA ROMANZO

di Alessandro Zaccuri

Sembra ieri, e invece no. L’anno è il 1993, l’antiberlusconiano Giorgio Bocca pubblica ancora per Mondadori, la quale a sua volta è già di proprietà del Ca­valiere. Come prevedibile, il libro del «Provinciale», intitolato Metropolis e sottotitolato Milano nella tempesta italiana è uno dei best seller del momento. La circostanza non imbarazza Giovanni Raboni, che dalle colonne del «Corriere della Sera» ragiona di quanta storia occorra per dare corpo a un ro­manzo storico (Stendhal non era contemporaneo dei fatti narrati nella Certosa di Parma, così come Tolstoj non fu testimone oculare delle battaglie descritte in Guerra e pace ) e si lascia andare a una consi­derazione abbastanza singolare: «Con questo non voglio dire che tra venti o trent’anni avremo sicura­mente dei bei romanzi su Tangen­topoli – scrive –; dico solo che sa­rebbe strano se li avessimo prima». Almeno vent’anni sono passati e non c’è troppo da stupirsi nel con­statare che, negli ultimi mesi, di­versi «romanzi su Tangentopoli» sono apparsi in libreria. Il loro compito, come prevedeva Raboni, non è affatto semplice, per tutta u­na serie di motivi. Il primo è che, dal 1992 a oggi, gli esperimenti ro­manzeschi sull’argomento non so­no mancati. Straordinariamente precoci, come Arcodamore di An­drea De Carlo, dove la Milano di Mani Pulite si limita a fare da sfon­do, oppureQualche anno più tardi, nel 1999, sarà Franco Cordelli a tentare con Un inchino a terra u­na ricognizione all’interno del par­tito- simbolo di quella controversa epopea, il Psi di Bettino Craxi, ma l’impresa si rivelerà ancora più complessa del previsto. Anche per­ché – e con questo siamo all’altro, sostanziale motivo di sfasatura fra cronaca e resoconto romanzesco – Tangentopoli ha rappresentato per l’Italia ciò che il Vietnam rappre­sentò per gli Usa: un ininterrotto racconto in diretta, nutrito dalle ri­prese televisive e sostenuto dall’in­calzare degli scatti fotografici, ab­bondantemente riversato in saggi, reportage e instant-book. Con l’ag­gravio di una sensazione di non-fi­nito, di transazione incompiuta, di rivoluzione – se non tradita – perlo­meno interrotta. Comprensibile, in un simile conte­sto, che i romanzieri abbiano volu­to prendersi il loro tempo per ri­spondere a una domanda niente affatto irrilevante: come raccontare qualcosa che è già stato tanto rac­contato? Adeguandosi ai riflessi condizionati della memoria collet­tiva e provando intanto a influen­zarli con gli strumenti della me­tafora, sembrerebbe rispondere Franz Krauspenhaar, scrittore non conciliato e non conciliante che per il suo Le monetine del Raphäel (Gaffi, pagine 224, euro 17,00) prende le mosse da uno degli epi­sodi culminanti dell’epoca. Roma, 30 aprile 1993, Craxi che esce dal­l’albergo dove abitualmente risiede e viene accolto da una pioggia di spiccioli e insulti: contro la quinta di questa disfatta il pittore Fabio Bucchi – seguace della crudeltà di Francis Bacon e giunto al successo grazie alle entrature socialiste – ri­legge la sua intera esistenza, domi­nata da ossessioni erotiche simili a quelle del Pasolini di Salò o le 120 giornate di Sodoma . Una lettura non per tutti, che restituisce però frammenti non convenzionali della cosiddetta Prima Repubblica, se­condo un procedimento già speri­mentato altrove dall’autore.

Se la Tangentopoli di Krause­pnhaar risulta programmatica­mente sgradevole per il senso di dissoluzione che la pervade, in Era solo una promessa (Laurana, pagi­ne 438, euro 18,00) Fausto Vitaliano ricorre alla classica struttura del ro­manzo di formazione per presen­tarci le inquietudini e i sussulti di Alessandro, un fotografo che si ri­trova trentenne sul crinale fatidico del ’92. Inserito suo malgrado nella Milano scintillante che sta andan­do in pezzi sotto l’assalto della ma­gistratura, ha occasione di com­prendere a fondo i meccanismi del «sistema» durante un lungo sog­giorno nell’appartata villa dei Ney­roz, industriali agiati quanto miste­riosi. L’erede della casata, l’ambi­zioso Giulio, cerca di piegare gli av­venimenti a proprio favore, ma le forze in campo sono troppo poten­ti, impossibile domarle senza es­serne travolti. Esordiente come narratore, ma ben conosciuto per la sua attività di sceneggiatore nella factory italiana della Disney, Vita­liano mescola riflessione sociale e indagine dei sentimenti, conce­dendosi un’incursione nella (me­taforica, anche qui) letteratura di fantasmi.

Del resto, un altro dei romanzi che di recente si sono soffermati sull’ir­risolta eredità di Mani Pulite non ha esitato ad abbracciare in tutto e per tutto le suggestioni del gotico.

Si tratta, di nuovo, di un’opera pri­ma, Le sorelle Soffici di Pierpaolo Vettori (Elliot, pagine 192, euro 16,00), nelle cui pagine corruzione e catastrofe sono evocate attraver­so il richiamo ai capolavori di Poli­dori, di Mary Shelley e dello stesso Kafka. La voce narrante è quella della giovane Veronica e non è det­to che la sorella di cui la ragazza si prende tanta cura, la sfuggente Ce­cilia, non sia a sua volta la proiezio­ne di una mente sovreccitata. Tan­gentopoli è sempre là fuori, da qualche parte. L’importante è che gli scrittori non l’abbiano dimenti­cata e che adesso, finalmente, si decidano a esplorarla.

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