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giu
21

…su “Il Cittadino”

POVERI E FELICI

BINOMIO POSSIBILE

di Andrea Sartori

Simone Weil, rammenta Marco Rovelli nella prefa­zione al libro del giornalista Andrea Pomella, scriveva che la poesia è uccisa dalla menzogna racchiusa nella ricchezza, e chiosava: «Per questo i ricchi hanno bisogno del lusso come di un surroga­to». All’estremo opposto del lusso e della sua non­ veri­tà, v’è la miseria. Né l’una né l’altra condizione, secon­do Pomella, consentono una condotta umana dignito­sa. Non il desiderio del lusso, poiché si fonda sulla pro­messa programmaticamente delusa della felicità ­ se così non fosse, la macchina profittevole dello spreco compulsivo s’incepperebbe ­; non la miseria, poiché non fornisce agli individui gli strumenti indispensabi­li per ritagliarsi un posto nel mondo, per modellare una forma di vita in cui riconoscersi. Senza fare pro­fessione di pauperismo, né abbracciare vecchie ideolo­gie, né limitarsi a ripetere il refrain della decrescita fe­lice, intonato per primo dall’economista francese Ser­ge Latouche, Pomella propone la povertà ­ in partico­lare la cosiddetta povertà di ritorno ­ come modello di una cultura che ha nell’oggi un’indubbia ragion d’es­sere, ma che allo stesso tempo non è resa necessariadalla mera contingenza dei fatti. Già Plauto, infatti, nel III secolo a. C. diceva che «la po­vertà insegna tutte le arti» (pauperi­tas artis omnis perdocet). Essa an­drebbe pertanto concepita come attitu­dine da coltivare, come gesto quotidia­no a cui attendere con premura e dacui ricavare le ragionevoli risorse peril nostro commercio con la realtà checi circonda. Abitare la povertà è l’op­posto dell’immotivato atteggiamentomiracolistico nutrito da milioni diitaliani (e non solo) negli ultimi anni, prima della crisi iniziata nel 2008, al­lorché un certo assetto economico­fi­nanziario, fornendo credito a tassi ir­realistici, ha suscitato l’illusione diun arricchimento illimitato. Il sogno senza bordi d’un benessere sganciato dai dati di realtà ha infatti finito per confondere la felicità con il godimen­to, l’essere con l’avere, la custodia con il consumo. Proprio da qui dovrebbe ripartire un ragionamento politico sulla povertà e sui nuovi poveri. Tuttavia, sottolinea Pomella, l’una e gli altri sono un tabù per questa politica, poiché rappre­sentano il punto cieco della sua coscienza, il buco nero della sua responsabilità. Come ben sapeva Sigmund Freud, dalla rimozione non ci si può attendere nulla di buono, né sul piano individuale né su quello collet­tivo. Il libro di Pomella propone allo sguardo questo rimosso, rivolgendosi tanto al lettore comune quanto al rappresentante politico. Non mancano d’altra parte i messaggi neanche tanto subliminali a una compagi­ne di governo che, dopo le misure per il rigore, non rie­sce ancora a venire a capo della ripresa.
L’autore ri­porta ad esempio una fulminante battuta di Ettore Pe­trolini: «Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti». Dire con chiarezza una verità del genere, e rapportarla al­l’attualità, è in fondo quel parlar franco che Michel Foucault ascriveva al pensiero critico della Grecia an­tica. A un simile atteggiamento veritativo la politica non può più sottrarsi, poiché rischia di non compren­dere la complessità della ridistribuzione sociale della ricchezza in corso, né l’affacciarsi sulla scena di nuove soggettività della vita civile. «L’eclissi della povertà», scrive l’autore, «o la povertà sottratta alla vista delle mas­se, è uno dei risultati della competi­zione sociale su cui si fonda la società in cui viviamo. Non è l’esito di politi­che per la riduzione della povertà». Il fatto che i poveri non siano stakehol­ders (portatori d’interesse), non si­gnifica tuttavia che siano marginali, irrilevanti, condannati alla impro­duttività. Anzi, la messa a punto di una possibile «cultura della povertà» leverebbe finalmente il velo sull’ipo­crisia della politica e di buona parte del sistema dell’informazione, con­sentendo di vivere secondo un’idea, non enfatica, di verità: «nessuno lon­tano dalla verità può dirsi felice», so­steneva Seneca (beatus nemo dici po­test extra veritatem proiectus)

21/06/12

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