Pugno al ventre di una Siracusa dark e ipocrita.Di un dolore improvviso e lancinante, come un pugno nello stomaco. Ma anche sanguigno e mediterraneo, anzi più da Medio Oriente che da Magna Grecia. Eppure così avvolto da quella triste nebbia dell’Est, così spudoratamente appiccicato sulla pelle un popolo – quello polacco – maledetto dalla storia e crocifisso dalla speranza.
È uno scorrere di storie tremende e impossibili, Sangue di cane (Laurana, 232 pagine, 15 euro), primo romanzo di vita – e della vita – di Veronica Tomassini, 39 anni (nella foto di Laura Fisauli) nostra delicatissima penna siracusana. Esce venerdì 10 in tutte le librerie d’Italia, ed è il titolo d’esordio di Laurana, nuova casa editrice dell’agrigentino Calogero Garlisi, legato a doppio filo a Nando Dalla Chiesa. Ma nel retroscena del romanzo – per onor di cronaca, più che di critica – c’è anche l’imprimatur di Marco Travaglio. «Non l’ho mai conosciuto rivela l’autrice – ma ha letto le bozze e si è battuto per me, per la mia storia». Ma un greeting lo merita, nel tripudio della prima volta, anche Giulio Mozzi, scrittore, talent scout e consulente editoriale: «Senza la sua generosità e la sua pazienza, non sarei andata da nessuna parte».
Chi l’ha letto ne è rimasto entusiasta, almeno quanto noi. «Un nuovo marchio editoriale esordisce con una nuova autrice e fa subito centro. Il romanzo di Veronica Tomassini alza il velo che riesce a rendere invisibili le vite degli immigrati» (Glamour). «Lo sguardo scava e accoppia le parole, con punte di sofferta poesia. L’amore perde sempre, si sa. E tutti, cani compresi, urlano» (Rolling Stones).
Detto con chiarezza: Tomassini ha scritto quello che voleva – e forse doveva – scrivere da una vita. L’intima epopea di un barbone polacco, malato di alcol e di nostalgia, in una Siracusa meravigliosa e maledetta. Un viaggio nelle stazioni di una via crucis laica, attraverso l’epistolario di una protagonista tanto anonima quanto reale. «Ma è soltanto liberamente tratto da alcune esperienze molto forti della mia vita», si difende lei. Che ammette: «Forse soltanto scrivendo di polacchi potevo scrivere di un pezzo di me». Un narrare con un fascino rauco e circense, dove il dolore è il tedium perenne di un abbaglio storico, la morte è un calice alzato, un brindisi con uno sputo di bile, tutto questo dentro una storia d’amore, terribile e disperata.
Anni 90. Slawek, puttaniere che vive nei vagoni morti, è un fiore nel fango. Un bastardo capace di slanci e di generosità; l’ultimo soldato di un esercito che combatte una guerra impari nel metauniverso popolato da anti-eroi. Un basso fondo che profuma di birra e di sangue. E che puzza di acqua di colonia, borghese stigma di una città che finge di non vedere. Siracusa sarebbe soltanto un espediente letterario, una parentesi incidentale. Se non fosse per l’amara descrizione di una città amena e distratta, spaventata da una vita intestina cocciutamente ignorata. Anche quando nelle grotte della Balza Akradina si muore di freddo – e non sono suggestioni romanzesche, si muore davvero – mentre a dieci metri continua la vita segnata da un peccato di leggerezza, fors’anche di ottimismo. Al crocevia dove la città visibile s’illude d’incontrare la città invisibile, le donne eleganti ma con le calze sfilate si accontentano di fare filantropia, scambiandola per carità, innalzandola con aristocratica ferocia a umanità. Ma c’è un bimbo, Grzegorz, che inneggia alla vita. E una sorella laica che rimesta, e sfiora la divinità, in questo oceano di fango. Che sprigiona amore. Nonostante tutto. Nonostante noi.
Mario Barresi
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