Piccolo testamento
di Gabriele Dadati
– Laurana Editore -
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Quelli degli autori viventi li ho messi sugli scaffali dello studio perché possano urlarmi addosso con forza mentre lavoro. Ma in verità è dall’urlo dei morti che uno scrittore dovrebbe soprattutto guardarsi.
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Così, anche se indistinguibile dagli altri, quel bicchiere è l’unico oggetto di questo appartamento che ricordo con certezza sia stato usato da lui. Il fatto che sia indistinguibile è per altro una fortuna, perché la sopravvivenza di cui gli oggetti godono dopo che le persone sono morte finisce per tormentarci ogni volta che ci tornano sotto gli occhi.
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Avrei voluto affidarmi di più a lui, avrei voluto che quando gli lasciavo i fogli me li restituisse annotati con le sue osservazioni, perché questo avrebbe costituito una rete di sicurezza prima di andare in stampa. Se mi avesse dato consigli puntuali – taglia da qui a qui, al posto di questa parola metti quest’altra, qui inserisci una decina di righe in cui ricordi in estrema sintesi il passato di lei – li avrei accettati tutti senza discutere. Ma questa era invece la sua prima lezione: Si discute, ma poi si torna al lavoro da soli prendendosi le proprie responsabilità, accettando o rifiutando i consigli nella misura in cui si è capaci di accettarli o rifiutarli.
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Perché a quel punto non sarebbe stato lui che veniva verso di me, ma sarei stato io a raggiungerlo, ad affiancare il mio nome al suo. Avrei così visto da vicino la religione del lavoro che ogni giorno l’accompagnava febbrilmente: era fatta di alta qualità intellettuale, certo, ma anche di un banale rispetto delle scadenze o di un altrettanto banale rispetto del ruolo degli altri. Questo dava, e questo pretendeva. Insieme alla precisione.
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Vittorio non ha mai avuto scrupoli di sorta e s’è sempre sbarazzato dei libri che riteneva superflui buttandoli nella campana della carta, la domenica mattina presto, quando usciva a comprare i giornali sotto casa. Alla domanda se si fosse mai sbagliato e avesse mai gettato un libro di cui a distanza di tempo riconosceva il valore rispondeva recisamente di no. È così sicuro della validità dei suoi giudizi in merito alle opere letterarie?, gli veniva ancora chiesto. No, rispondeva lui, non sono affatto sicuro che i miei giudizi sui libri siano validi. Ma so per certo che sono coerenti e che, una volta espressi, tali giudizi non muteranno negli anni.
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Vittorio, colui che mi ha dato la parola e l’autorevolezza per prendere parola, che mi ha accompagnato in questi ultimi anni di crescita intellettuale, è morto. Mi ripeto che Marta, vale a dire l’unica persona nella quale abbia riposto la mia fiducia di uomo, l’unica persona che negli anni del nostro rapporto abbia saputo sbarazzarsi delle mie sovrastrutture, è morta anche lei. Per mano mia. Sì, dovrei proprio concludere che sono a mia volta morto, mentre in realtà il mio destino è più misero e meno clamoroso: sono soltanto rimasto inconoscibile, e cioè non c’è più nessuno qua attorno che abbia condiviso con me questi ultimi anni che sono stati i più importanti della mia vita. Non credo che arriverò tanto preso a incontrare qualcun altro con cui condividere una lingua comune, qualcuno a cui raccontare che cosa sono stati per me questi anni. “Ognuno riconosce i suoi”, scrive Montale in una poesia de La bufera e altro, e ha ragione. Ma è difficile credere che ce ne possano essere più di un paio in tutta la vita, e i miei sono andati, per cui continuerò a rimanere solo. Anche se dovesse capitare (non capiterà) di incontrare qualcun altro che sia dei miei, qualcuno che sia mio, non avrò comunque la forza e la capacità di trasmettergli quello che è successo in questi anni. Non si riesce mai a raccontare niente, a dire niente, nessuna realtà è trasmissibile, si rimane soli senza via di scampo. E quindi a nessuno dirò cosa mi ha prostrato più di tutto nella morte di Vittorio, a nessuno potrò dire che mi sento privato del diritto che ogni allievo ha di uccidere il proprio maestro. Non doveva essere una malattia a togliermi il privilegio della sua morte, perché un uomo può essere ucciso solo da chi quest’uomo ha scelto per insegnargli quello che sa.
Postilla squisitamente PERSONALE
Un giovane scrittore perde, in rapida successione, il suo amico/mentore e anche l’unica ragazza che forse ha mai amato veramente, il primo per una malattia e la seconda per propria manifesta incapacità.
In questo breve romanzo c’è la descrizione della calda notte in cui il protagonista sembra realizzare finalmente il lutto di queste due perdite (la prima è al centro del libro, la seconda molto più marginale) e descrive stati d’animo attuali intramezzandoli con la storia dell’amicizia con il suo mentore e la sua conseguente discesa nella malattia.
Gabriele Dadati l’avevo già apprezzato per il suo esordio con la raccolta di racconti “Sorvegliato dai fantasmi” e in questo libro rinnovo le mie impressioni sulla sue qualità narrative, il testo però è molto altalenante (troppo spazio a personaggi ed eventi di secondo piano, rubato al rapporto principale) e anche dispersivo a mio avviso, mancando qua e là in potenza evocativa, ingrediente base per una storia che dovrebbe trattare di perdite, morte e lutto. In più mi sembra ci sia qualcosa di fondo che stride a fine lettura: il protagonista parla dell’umiltà del suo mentore come uno dei tratti principali da apprezzare, umiltà che invece da queste pagine traspare poco proprio dal giovane scrittore (anche se forse, vista l’ampia differenza d’età, non si dovrebbe dare per certo che abbia già imparato tutto).
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