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…sul “Corriere della Sera” (ed. Brescia)

La notte dei petali bianchi

di Nino Dolfo

La provincia dello sprofondo Nord, il vuoto siderale di una comunità popolosa e disintegrata, l’ultimo girone dell’inferno padano dietro casa. Lo scenario è tra Brescia, Chiari, Rovato e il lago d’Iseo. Questa terra è la nostra terra, bistrattata dalla post-modernità, in cui la campagna è stata sfigurata dalle colate cementizie e dalle tangenziali, invasa dai capannoni industriali e dalla periferia diffusa, in cui il default è arrivato molto prima della diagnosi economica, provocando la desertificazione dei sentimenti.

Gianfranco Di Fiore è un giovane campano (classe 1978) che si è occupato di cinema per il Giffoni Film Festival e che sull’onda della sua odissea di precariato ha lavorato temporaneamente alla libreria Feltrinelli delle Porte Franche di Erbusco. Il suo sacro demone è comunque la letteratura. La notte dei petali bianchi (Laurana, pp. 237, euro 16,50) segna il suo esordio e non passa inosservato.

Fuori di dubbio è il suo estro visionario espressionista, ma quel che forse più lo connota è la vena di “dirty realist”, di reporter minimalista con lo sguardo chirurgico puntato su una quotidianità che è molto peggio dell’ordinario. Dante, il protagonista, è una guardia giurata sulla soglia dei cinquant’anni, un animale notturno alienato di dignità, con alle spalle un’infanzia di abusi (paterni). Sua madre vedova, complice di taciute nefandezze, è preda di un consumismo compulsivo e di un sesso da ultime grida dalla savana. L’unica spalla su cui piangere gliela dà Alice, una disgraziata alla deriva, che ha un marito malato terminale e che con lui ha condiviso il percorso di disintossicazione dall’alcol.

Dante ha un’ossessione, si chiama Samira, una quindicenne musulmana che vende fiori davanti al cimitero. Un amore difficile il loro e per millanta disparità, consumato con sotterfugio dentro una roulotte sgangherata, avversato dal padre di lei, un integralista che progetta un attentato. Un mondo di “nuovi poveri”, sia migranti che autoctoni, di incapaci e pur tuttavia capaci di tutto, nutrito da fanatismi e di rabbie, in cui l’abisso di solitudine fa più paura della diversità, degli altri, in cui le parole sono scatole vuote di senso e la disperazione invoca una voglia di tenerezza. Di Fiore racconta il vuoto, il “tempo materiale” e l’omogeneità tra paesaggio e anima con stile asciutto e dolente come un blues. Nelle sue pagine c’è più Italia di quanto non si creda.

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