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…su “The smokers”

Giovani scrittori e piccoli editori per raccontare la fabbrica

di Flavia Piccinni

La fabbrica. Protagonista incontrastata di alcuni dei romanzi più venduti degli ultimi anni – come Acciaio di Silvia Avallone, ma anche Storia della Mia Gente di Edoardo Nesi, nonché vera e propria ossessione per Antonio Pennacchi, ex operaio che ne ha raccontato a più riprese e con crescente intensità –, approda adesso anche in romanzi di diverse ambizioni, firmati da esordienti, o quasi, che ne svelano il lato più cinico e disperato.

È il caso di La stracciata pazzia di Stefano Bernazzani (Moby Dick, pp. 268) che mette in scena un anonimo Settentrione dove non ci sono nomi né di strade né di piazze, e la rabbia resta sempre silenziata proprio come il malessere, quello di un senso negato, di una vita in bilico fra il fallimento totale e quello parziale, che si ritrova a essere ancorato a una fabbrica che chiude inspiegabilmente. Nel suo tono trattenuto, sempre sull’orlo di un crollo, Bernazzani dà il meglio di sé, ma a volte smarrisce i suoi bei personaggi, eccedendo in inutili generalizzazioni.

Fra gli esordi che sfiorano il binomio fabbrica-vita, spicca La notte dei petali bianchi (Laurana, pp. 239) dell’agropolese Gianfranco Di Fiore, musicista classe ’78. Di Fiore costruisce con sapienza una storia fatta di dettagli e silenzi, dove la solitudine di Dante, un passato famigliare che pesa e un futuro incerto, si incontra con quella della musulmana Samira. Ne esce fuori il ritratto profondo e sincero di un’Italia del Nord-Est multiculturale e compromessa, dove il vuoto della crisi aziendale, raccontato con spiazzante franchezza, diventa il teatro da cui può nascere rabbia, ma anche amore. Un amore che non può esistere, ma che prova disperatamente a diventare realtà.

Non si parla di fabbrica, ma di un’Italia in crisi, nel bellissimo Altare della Patria (Il Saggiatore, pp. 172), nel quale Ferruccio Parazzoli costruisce con magistrale bravura un mondo parallelo, e lo fa fin dalle avvertenza in cui, in una sorta di fulminea istantanea, mette in posa tutti i protagonisti precisando: “quanto ai personaggi del Papa, di Aldo Moro, degli uomini politici ed ecclesiastici, e di altri, noti e meno noti, che compaiono con nomi reali e cariche pubbliche, sono presenze della materia di cui sono fatti i sogni. Quanto a Dio e a Satana, ciascuno è libero di pensare ciò che vuole”. E Dio e Satana sono presenti, con la loro ombra e sospiro, in ogni pagina del romanzo, declinati adesso come presente, adesso come vicino futuro. In ogni singola pagina aleggia poi infetta, inquietante, sconvolgente la domanda che perseguita il nostro Paese dal 16 marzo del 1978. “Dov’è quell’uomo, dove l’hanno nascosto? Perché quelle morti? Chi si occuperà di lui, chi verrà a patti per liberarlo?”. Le risposte sono ora esplicite e ora sottili, ma sempre in grado di rivelare una collettiva colpa, una generale empietà perché il prigioniero lo sa, “un uomo è giusto nel medesimo modo in cui è giusto lo Stato”.

Di tutt’altro tenore l’opera di Gianpaolo Correale che, dopo l’esordio avvenuto diciannove anni fa con Senza Colpo Ferire (Einaudi), torna in libreria con Che mora la morte (Ibis, pp. 171) un romanzo frastagliato e inafferrabile a partire dalla prosa. Protagonista è Carrasco, ossessionato dall’amore e dalla morte, che dissemina il libro di epitaffi e di storie sentimentali perdute. Il senso di smarrimento è al centro anche nell’ultimo romanzo del trentenne reggino Saverio Pazzano, insegnante di greco e latino, che racconta con delicatezza e mestiere La corsa dell’ultima estate (Laruffa Editore, pp. 116) dove l’ultima estate è sempre quella che meno ti aspetti, quella che credi essere solo una vacanza bellissima, “la più bella di tutte”, e invece si rivela come il finale brindello di un’innocenza destinata a perdersi. Di un universo destinato a sbriciolarsi. E Pazzano, che i giovani dimostra di conoscerli bene in quei dettagli fatti di futuro incerto e di irruenza, svela una storia maschile, il testamento di un nonno confusionario e confuso che lascia un’eredità sentimentale al proprio nipote. Sempre un’eredità, questa volta mancata, è quella al centro del bel romanzo pubblicato da Feltrinelli di Paolo di Paolo, Dove eravate tutti, che prende spunto dalla cronaca (“un professore esasperato investe con l’auto due studenti”) per raccontare il dissesto affettivo, il vuoto generazionale, la voragine di futuro dell’Italia berlusconiana attraverso gli occhi del giovane Italo Tramontana, figlio del professore impazzito, figlio di un Paese che disprezza i suoi ragazzi e che non concede loro alcuna aspettativa. Di Paolo non parla di fabbrica, ma nelle sue parole l’Italia assomiglia a un cantiere a cielo aperto dove non cambia niente, dove non può cambiare niente, perché la crisi ha sospeso ogni cosa. Perfino il giudizio.

http://thesmokers.wordpress.com/2011/12/22/giovani-scrittori-e-piccoli-editori-per-raccontare-la-fabbrica/

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